sabato 8 giugno 2013

GIORDANO BRUNO E IL BOSONE DI HIGGS


  Di recente si è riacceso l'interesse per le opere matematiche di Giordano Bruno rivalutandone la portata e l'impatto sul processo di innovazione scientifica innescatosi alla fine del sedicesimo secolo, culminato poi nella figura di Galileo Galilei. Mi fa piacere qui porre l'attenzione su un aspetto della concezione bruniana della matematica forse non ancora ben esplorato. Ormai è ben nota l'idea assolutamente moderna dell'infinito come infinità di mondi e di forme di vita, oltre che estensione infinita. Proprio tale concezione, forse, dovette aggravare la posizione di Bruno davanti ai suoi inquisitori (oltre all'idea, anche quella assolutamente attuale, della nuova religione che egli intendeva propugnare). Tuttavia, ciò che può colpire chi si accosta alla lettura di Bruno, il massimo sostenitore dell'universo infinito era anche il nemico più agguerrito dell'infinitamente piccolo. Proprio così, Bruno era risolutamente contro l'idea che una quantità potesse dividersi all'infinito. Idea che, invece, proprio in quegli anni iniziava seriamente ad affacciarsi presso i matematici e, soprattutto, presso i fisici. Idea, quella della divisione all'infinito di una quantità discreta, che è forse una delle basi della matematica attuale. Immaginate, ciò che può essere aggiunto all'infinito a comporre il tessuto dell'universo, non può essere sottratto all'infinito. Per Bruno, insomma, la matematica senza un concetto di "minimo" oltre il quale non era possibile dividere perdeva di senso, sfumava in un nulla concettuale, diventava inutile come strumento di comprensione della natura. Come mai Bruno era arrivato a questa conclusione? Eppure, se un legame fra lui e Galilei esiste (dal punto di vista del loro pensiero) è proprio nell'idea che la matematica è lo strumento cardine per analizzare e interpretare la natura. E dunque, come mai si è così allontanato dalla logica conclusione che ciò che si può aggiungere all'infinito si può anche sottrarre o dividere infinitamente? La ragione viene spiegata nell'ultima opera di Bruno, quella con cui sperava di ottenere la cattedra di matematica all'università di Padova (che poi, invece, venne assegnata al giovane Galilei): il De Triplici Minimo et Mensura (Francoforte - 1591). Qui, appunto, Bruno sostiene che senza l'esistenza di un minimo indivisibile (athomos) il concetto stesso di misura sfuma e perde di senso. Allo stesso modo, perde di senso l'idea stessa di estensione infinita. L'esistenza dell'atomo, quindi, è alla base della stessa idea di matematica come studio di entità dotate di quantità. Di più. Dal momento che l'infinito si spiega solo come aggiunta all'infinito di quantità discreta, seppur atomica, il minimo è alla fondazione dell'intera metafisica dell'infinito. E dunque il colpo di coda finale del pensiero bruniano sembra portarci dritto all'atomo. Senza ammettere l'esistenza di una quantità indivisibile, discreta eppure non misurabile, non è ammissibile nemmeno l'universo infinito in quanto infinita estensione. Se pensiamo, ad esempio, alle ricerche attuali sulla struttura della materia e sul ritrovamento del bosone di Higgs. Se solo proviamo a collegare tali scoperte a questo concetto di atomismo legato all'infinità dell'universo espresso da Bruno... quali altri orizzonti riusciremo ad aprire alla nostra mente?

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