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mercoledì 5 febbraio 2014

LE MACCHINE INFERNALI: E JETER INVENTO' LO "STEAMPUNK



Titolo: Le macchine infernali

Autore: Kevin Wayne Jeter

Traduzione: Vittorio Curtoni

Genere: Fantascienza

Casa editrice: Mondadori

Anno: 2013


Londra - Seconda metà del diciannovesimo secolo. Creff comparve nel bel mezzo della colazione. "C'è un etiope giù, uno dallo sguardo cattivissimo". La colazione improvvisamente divenne da inconsistente a disgustosa, George Dower fu quasi costretto a mollare tutto e scendere in negozio a vedere. Certo non poteva permettersi di perdere un possibile affare, non dopo la brutta figura di Saint Mary. Aveva ereditato la professione del padre ma non la sua genialità nel costruire ingranaggi e automi, purtroppo. Creff non aveva sbagliato completamente bersaglio. Il distinto signore dalla pelle come cuoio scuro neanche volle presentarsi; aveva due occhi inquietanti, stretti come fessure, che ti fissavano in ogni piccolo movimento come a soppesarti in ogni atomo. Porse una scatola quadrata in mogano scuro. "Qualcosa non funziona più, potrebbe ripararne il meccanismo?". Il povero Dower tentò di dichiararsi incapace, gli ingranaggi progettati dal geniale padre gli sembrarono oscuri labirinti. Nulla da fare. L'uomo dalla faccia di cuoio marrone insistette nel lasciargli il congegno da riparare. Fu l'inizio dello sconvolgimento. Proprio alla fine di quella stessa giornata, dopo una serie di inutili tentativi nel cercare di decifrare il congegno, il signor Scape e una sua amica si presentarono in negozio...


Il romanzo è del 1987, sebbene qui ci venga presentata la riedizione del 2011. Rappresenta una tappa fondamentale nella produzione dell'autore in quanto contribuì non poco alla nascita del genere "steampunk" (termine coniato dallo stesso Jeter). Non solo, quindi, l'ambientazione è la classica Londra vittoriana ma perfino lo stile narrativo tende a ricreare le atmosfere tipiche da "feulleton", tipiche da racconto tardo ottocentesco. Jeter qui gioca un po' con la trama anticipandone perfino quel tanto che basta per incuriosire e tenere incollati i lettori al libro. Espediente classico ma sempre efficace e in linea con il genere di ambientazione che si vuol creare. Già dalla prima pagina ci si sente avvolgere dal fumo di Londra, dal tintinnio delle carrozze e il frusciare delle stoffe degli abiti delle signore alla moda. Gli elementi del ventesimo secolo, tuttavia, fanno spesso capolino. Quasi a sfidare il lettore nel farsi riconoscere oppure, semplicemente, a dare qui e là un tocco straniante al patinato mondo vittoriano. È il caso, ad esempio, del linguaggio del misterioso signor Scape palesemente anni Ottanta. Non a caso il suo modo di parlare produce sempre l'impressione di un accento straniero. In effetti, l'introduzione studiata e continuata di elementi assolutamente estranei all'epoca vittoriana costituisce una sorta di costante nel romanzo. La patina superficiale della realtà storica viene agitata e scomposta. Jeter ricrea una sorta di passato alternativo popolato da congegni ad orologeria in grado di realizzare le fantasie più incredibili. Più che semplici automi, veri e propri simulacri capaci di sostituire perfino gli esseri umani. Il riferimento alla tematica dickiana dei replicanti qui non è certo casuale. Jeter era molto legato a P. K. Dick, il quale lo aiutò moltissimo ad iniziare la carriera letteraria. C'è, inoltre, una fondamentale analogia nel trattare il tema. Sia nell'opera di Dick che in questo romanzo il simulacro non riesce mai veramente a sostituire l'essere umano. La sua intercambiabilità rimane solo pura presunzione o, peggio, frutto di un tragicomico equivoco.





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